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Dal diario di Neplan


Nessuno è lontano




essuno è già lontano.
Nella sua corsa affannosa solleva sbuffi di sabbia umida, mentre si dirige verso la lancia d’emergenza regalataci da Tiago, ormeggiata in una radura a nord-est dell’isolotto. Risalirà la foce del fiume Dor, fino al nascondiglio dei pirati, per metterli in guardia sull’arrivo delle imbarcazioni governative, riservarci una via di fuga e organizzare un’eventuale controffensiva nel caso la situazione precipiti.
D’un tratto vengo assalito da un tremendo presentimento, la raggelante convinzione d’aver commesso nelle ultime ore di semi-oblio un errore irrimediabile. E’ una sensazione che credevo d’aver accantonato definitivamente tanto tempo fa, in una mattina di pioggia nella quale la rigidità della schiena della mia ragazza di allora mi fece rammentare troppo tardi un compromettente biglietto dimenticato nelle tasche dei jeans. Fuggendo dal mio Paese alla ricerca di un paradiso rivelatosi posticcio ero convinto di essermi affrancato da certa zavorra. Ed invece rieccolo, granitico e improvviso senso di colpa che condanna impotenti al compimento di un disastro che, punto su punto, ricalca esattamente il disegno dei nostri timori.
La lingua si scioglie come un granello di sale nell’acqua, grazie al sesso e all’alcol. Avrei avuto tempo di parlarne al mio amico, visto che questo terrore mi ha assalito nel momento stesso in cui si sono materializzate all’orizzonte le luci delle imbarcazioni della guardia civile, ma mi è mancato il coraggio. Ho avuto vergogna della mia stupidità.
Vergogna che cresce ancora nell’istante in cui un’esplosione di fuoco si sprigiona sulla mia guancia sinistra facendomi stramazzare al suolo ad assaggiare sabbia mischiata a sangue. Mi è stata procurata dal calcio del fucile di uno sfregiato al soldo del governatore che, sceso dalla prima barca ansimando come un bulldog insieme ad altri quattro suoi degni compari, spiana la strada ad una fitta grandine di calci e pugni al costato e alle gambe che non mi lasciano alcuna possibilità di reazione e mi mozzano il respiro. E io che pensavo di parlarci, cristo.
Per mia fortuna i colpi cessano quasi subito, è lo stesso Gonzaga a dare loro l’ordine di fermarsi.
Resto come una larva sul bagnasciuga, scosso dai brividi e tossendo, il lato sinistro del viso mi pulsa neanche fosse un nuovo cuore, procurandomi un bruciore terribile.
Quel bastardo del governatore ricorda certi ritratti pomposi di Enrico VIII, almeno è questo il primo pensiero che mi passa per la testa osservandolo dal basso, alla luce delle torce che pare animare la sua barba come una piccola serpe adagiata tra le mascelle. Sfarzoso e pacchiano nel suo ridicolo gonnellino intarsiato d’oro, le dita porcine insaccate di anelli preziosi e un assurdo cappello a foggia di seme che mi capita di vedere per la prima volta, quel maiale mi solleva la testa afferrandomi i capelli e dagli incisivi larghi e gialli parte un fetido sibilo che mi procura un conato:
- Era ora di venire a fare un po’ di pulizia da queste parti…
Poi mi libera dalla morsa. Non si limita però ad aprire il pugno ma mi spinge la testa verso il basso, cosicché finisco di nuovo con la sabbia in bocca.
- Ah, l’Italia. L’ho sempre amata. Roma, Venezia, la torre di Pisa. Mi commuovo sempre al ricordo del viaggio di nozze fatto con la mia prima moglie, uno di quelli che ti restano nel cuore - continua con ironia beffarda.
Rimane a contemplarmi per qualche secondo, un ghigno piantato in faccia, forse aspettandosi da me una qualche replica.
Resto in silenzio, invece. Una nausea terribile mi devasta le viscere.
- Riuscite sempre a stupirmi, voi italiani. Com’è possibile che ovunque andate finite sempre con l’avere contatti e mescolarvi alla peggiore feccia del posto? E’ una cosa patologica, siete una razza corrotta che merita di scomparire dalla faccia della terra e oltretutto avete lo schifoso vizio di sentirvi più furbi degli altri, non è così?
Continua a fissarmi con la testa piegata di lato, come se parlasse a un bambino disubbidiente. Intorno a noi, nel buio che impregna la spiaggia, sento ridacchiare i suoi uomini, indaffarati a montare una gigantesca tenda da campo. Chissà quante volte hanno già ascoltato questa storia.
- Ma non lo siete, più furbi, credimi - riprende, cominciando a girarmi intorno.
- Ti parlavo del mio viaggio di nozze. Beh, vuoi sapere come è andata a finire? In pochi giorni capii che mia moglie si era presa una cotta per un tipo che lavorava alla reception dell’albergo. Che ragazzina romantica, la mia Samantha. Fresca sposa e invaghita di uno straniero sconosciuto. Lui ricambiava, ci stava, dolci piccioncini. Si incontravano furtivamente in qualche anfratto della hall a notte fonda, quando lei immaginava che fossi sprofondato nel sonno.
Al ritorno iniziò una fitta corrispondenza tra lei e quell’uomo, un mare di lettere nascoste che io naturalmente scovai e lessi con grande interesse e perfino commozione per tutte quelle parole d’amore che a me erano state sistematicamente negate. Attesi con calma la venuta del suo amante a Crisopoli, sapevo che stavano escogitando un modo per incontrarsi. Lei mi chiese alcuni giorni di libertà, dicendo di avere organizzato una gita con le sue due amiche del cuore.
Gonzaga smette di girarmi intorno e si accovaccia. Mi pare di scorgere sulla metà illuminata della sua faccia una rabbia non ancora del tutto cancellata.
- I miei uomini li sorpresero proprio mentre stavano scopando, pensa. E’ stato un vero piacere torturare quell’uomo davanti agli occhi di Samantha, metterla al corrente di aver fatto fuori anche le amiche che le avevano retto il gioco e poi ammazzarla con le mie stesse mani.
In quell’istante ricomincia a piovere. Prima piano, poi sempre più forte. Allora lui si alza e fa un gesto a uno dei suoi uomini. Sento un’onda di paura montarmi dentro, impadronirsi di me al punto da farmi dimenticare il dolore.
- Come vedi non nutro una particolare simpatia per gli italiani, - riprende - però devo ammettere che ci serviva proprio l’aiuto di un idiota come te per arrivare a stanare quel figlio di puttana di Tiago. Sono mesi che gli do la caccia ma come ben sai da queste parti ci sono migliaia di posti dove nascondersi, è un po’ come cercare un ago in un pagliaio. Così ho pensato che dovevo farmi furbo, cambiare metodo. Ho mandato a interrogare un po’ di gente in giro per Crisopoli e sono venuto a sapere di questa fogna che avete messo su, di un italiano visto più volte in compagnia dei pirati che si diceva avesse aperto un bar sull’Ilha Coraça.
Il governatore pare avere recuperato definitivamente l’allegria.
- Bel posticino vi siete scelti. Vanno bene gli affari? Mi piace al punto che credo che me ne starò qui buono buono ad attendere che mi portino su un piatto d’argento le palle dei tuoi amici. Pensa, mentre conversiamo amabilmente i miei uomini migliori si stanno dirigendo alla foce del fiume dove è nascosta quella feccia per accerchiarla. Aspettano solo un mio cenno via radio per dare inizio alle danze. Non mi dispiacerebbe prenderne qualcuno ancora vivo. Ho alcune questioni in sospeso con quel Tiago, che vorrei affrontare personalmente.
Poi Gonzaga si allontana verso la tenda, come se improvvisamente avesse perso ogni interesse per me. Sono già fradicio di pioggia e scosso dai brividi quando vengo sollevato a braccia e trascinato fino ad uno dei pilastri di legno della piattaforma del bar, dove mi legano ben stretto e mi assestano un ultimo pugno che mi fa perdere definitivamente conoscenza.


Recupero i sensi che è ancora notte, la pioggia ha smesso.
I piedi lambiti dalla spuma dell'oceano sprofondano intirizziti nel gelido bagnasciuga.
Sulle spalle avverto il calore di una coperta di lana grezza, so bene chi me l’ha portata.
La sua presenza è un’ombra verticale alla mia destra, appena più scura della tenebra che avvolge ogni cosa.
- Perché l’hai fatto? - le chiedo.
- Non avevo scelta. Avrebbe ammazzato Ramon.
Mi verrebbe da ridere se non sentissi il petto squassato da un bruciore lancinante, quindi riesco solo a bisbigliare:
- Quella dev’essere l’unica parte vera della storia che mi hai raccontato.
- Si, più o meno - mi risponde Angélica, senza la minima ironia.
Poi continua:
- Non sono venuta a chiederti scusa, volevo solo dirti che mi dispiace.
Resto in silenzio.
- Non ho avuto scelta. L’affetto di Ramon è troppo importante per me e avendoci avuto a che fare avrai capito che i ricatti di mio padre non sono una cosa da prendere alla leggera.
- Immagino a questo punto di doverti ringraziare, - dico - se sono ancora vivo lo devo a te, non è così?
- Mio padre mi ha promesso che ti avrebbe risparmiato la vita. E’ tutto quello che sono riuscita ad ottenere. Quando ieri notte mi hai confidato dove si trovava il nascondiglio di Tiago ho capito che da quel momento in avanti tutta la mia vita sarebbe cambiata. Il disgusto che stai provando nei miei confronti in questo momento è niente paragonato al senso di colpa che mi porterò dentro fino alla morte.
Poi la mia dolce carnefice mi posa una mano sul viso dolorante, una inammissibile carezza.
Sono davvero troppo stanco per reagire e così me la prendo, perfino accogliendola dopo tante percosse, proprio come un assetato nel deserto accoglierebbe uno zampillo d’acqua.
Questa donna è malata. Malata esattamente come suo padre. Capace di andare a letto per settimane con un altro uomo per salvare il suo e di imbastire una recita d’amore portando una maschera tutto il tempo. Meriterebbe disprezzo e rabbia, ma non riesco a trovare da nessuna parte l’odio che occorrerebbe in questo frangente.
Le sue ultime parole confermano la mia analisi:
- Ti voglio bene, Neplan.
- Io ti ucciderò, Angelica - le sussurro.


La notte più lunga della mia vita.
Angelica è andata via da un po’, non saprei dire quanto, la coperta mi è scivolata dalle spalle e la risacca ladra l’ha trascinata via. Ha pure ripreso a piovere. Uno strano torpore si è impadronito delle mie membra, mi addormento e risveglio di continuo. Le braccia legate al palo hanno smesso di farmi male e quasi non le sento più.
In certi istanti ho come l’impressione di avvertire il profumo della pelle di Nina, mi pare di vederla danzare sotto la pioggia, mentre sorride.
Invece nel punto dove era solita volteggiare scorgo la silhouette della grande tenda, silenziosa e illuminata al suo interno da un bagliore fioco.
Non ci sono stelle per me, né ce ne saranno in futuro.
Dove sarà Nessuno?
Cosa ne ho fatto dei miei sogni?
L’orizzonte buio tremola. Qualcuno si muove furtivo nella mia direzione.
L’ennesima menzogna di Gonzaga, uno dei suoi uomini sta di certo venendo a tagliarmi la gola.
Mi preparo al peggio, serrando gli occhi con tutte le mie forze, come a volermi proteggere dal panico che mi invade e dalla fine imminente.
Poi un sussurro nel buio mi fa trasalire.
Li sbarro nuovamente, ormai colmi di lacrime.
- Neplan, sono io.
Credo di non aver mai provato maggiore piacere in vita mia nell’udire la voce di un altro essere umano.
E’ il mio amico Oginha, più scuro e agile di una pantera, che sta tagliando con un machete le funi che mi bloccano braccia, polsi e caviglie.
Ho voglia di abbracciarlo, ma è teso come una corda, riesce solo a dirmi:
- Ce la fai a camminare?
Faccio cenno di si con la testa.
Mi alzo piano e lui fa passare un mio braccio sulle spalle per sorreggermi.
L’odore selvatico e acre del suo sudore per la gioia mi inebria come fosse acqua di colonia parigina.
- Come hai fatto a trovarmi? - riesco a chiedergli in un sibilo, mentre ci allontaniamo tra le palme.
- Volevo passare a bere qualcosa, qualche ora fa. Quando ho visto in lontananza le imbarcazioni governative mi sono preoccupato. Allora ho fatto il giro lungo lasciando la canoa nella laguna di mangrovie. Sono arrivato fin qui tagliando all’interno e accovacciato fra la vegetazione ho visto che ti avevano fatto prigioniero. Speravo di liberarti prima, ma c’era quella donna.
- Grazie, Ogingha.
- Hai bisogno di cure, sei ferito. Appena arriviamo alla canoa ti porto al villaggio.
- Non ci pensare nemmeno, - ribatto - dobbiamo correre alla foce del fiume per avvertire Tiago. Il governatore sa del nascondiglio e sta preparando un’imboscata. Sarà un massacro se non riusciremo ad arrivare prima di loro. Il problema è che sono in vantaggio, a quest’ora saranno già lì.
Oginha riflette un attimo.
- Si potrebbe tagliare all’interno, sfruttare le grotte. Spunteremmo proprio sotto la grande cascata. Neplan, tu però non ce la puoi fare, ridotto così.
- Allora ci andrai da solo, amico.
- Non posso lasciarti qui, l’isolotto Esperança è piccolo, ti troverebbero in un attimo.
- Tranquillo, so dove nascondermi. La canoa è ancora lontana e con me in queste condizioni siamo troppo lenti, non ce la faresti ad avvertirli. Devi andare da solo, è l’unico modo.
- Non posso lasciarti qui.
- Non ti preoccupare, so quello che faccio. Ti prego, Ogingha, tutto dipende da te. Devi salvare Tiago, Nessuno e gli altri. Per me sarebbe un incubo vivere col rimorso di un errore tanto grave commesso in buona fede. Questa è forse l'ultima occasione buona per riscattarmi. Ho tradito la fiducia di tutti e fatto un mare di sbagli, non permettere che la mia stupidità distrugga i sogni e le vite delle persone a cui tengo.
Ci siamo fermati. L’indio è turbato, indeciso sul da farsi.
- Neplan, io non abbandono i miei amici.
- Lo so. Ma ti ripeto che non mi prenderanno, pensa solo ad arrivare prima di loro e non preoccuparti per me, ok? Forza, corri, non c’è più tempo!
Cerco di spingerlo via con le poche forze che mi rimangono.
Oginha mi fissa dubbioso ancora per un attimo, poi pare convincersi.
- Abbi cura di te, Neplan - mi dice.
- Ci vediamo presto - gli rispondo.
Poi con un paio di balzi felini il mio amico si dilegua nel fogliame.
La notte sarà ancora lunga.
Mi volto e torno lentamente sui miei passi zoppicando, in direzione del bar.
E dei fusti di concime.




Una storia di... amici, pirati, errori
commenti (12) | Annoda il ricordo


Dal diario di Nessuno75


Il diluvio universale




on ha mai smesso davvero di piovere.

Quanto tempo è passato?
Non lo ricordo... qui sull'isola i giorni trascorrono tutti uguali da troppi mesi a questa parte...
La notte  in cui la tromba d'aria ci ha portato via la capanna è stata davvero epocale, sembrava dovesse venir giù il mondo intero. Non credo che lo dimenticherò più finché campo. Il lavoro per rimettere insieme i pezzi, quando il peggio è passato, è stato durissimo: Neplan ed io, aiutati da Oginha e gli altri, abbiamo faticato come muli per rimettere in sesto il bar, senza peraltro riuscirci completamente. La baracca sembra una coperta rammendata, adesso... le assi sono malmesse qua e là, ma avevamo fretta di rimetterci in carreggiata, e così non siamo andati troppo per il sottile, almeno per ora. L'insegna, rimasta miracolosamente intatta, è stata il nostro totem benaugurale: appena riparato il generatore, la tenevamo accesa tutto il giorno, mentre ci dannavamo attorno a quella maledetta crosta stracciata di legno muffito, sputando sangue e imprecando a ogni chiodo storto.

Solo quando tutto è finito e abbiamo cominciato a respirare siamo stati costretti ad ammetterlo: niente potrà mai tornare come prima. All'appello mancano Nina e Mama. Nina, con la sua magia, i suoi movimenti leggeri e sensuali fra i tavoli, e i suoi sorrisi... e Mama, con la sua saggia e amorevole presenza, la sua cachaca, le polpette di pesce, e tutta la sua abilità culinaria.
Il bar è un cavallo azzoppato, ormai, e l'affluenza dei clienti lo dimostra: meno di un terzo del solito, nell'ultimo mese. Il temporale ha graffiato il nostro sogno con ferocia, sfregiandolo con profonde cicatrici che il tempo difficilmente cancellerà. Del resto, nemmeno l'isola sembra aver superato completamente il trauma: da quella notte vi si respira un'atmosfera sospesa, spettrale.
Il tempo non è mai veramente cambiato: nuvole grigie nel cielo, settimane di bonaccia e mare gonfio e plumbeo, le vele delle poche imbarcazioni all'orizzonte flosce come foglie di jatuka, la pianta da cui gli indigeni tirano fuori la resina collosa con cui impregnano le reti per cacciare.
L'umidità ci avvolge come un sudario, l'afa ci toglie il fiato, lasciandoci senza energie per buona parte del giorno. Spesso l'isola in prossimità delle coste viene invasa dalla nebbia, una fitta coltre di ovatta che impedisce di guardare oltre la barriera corallina, ostacola le comunicazioni con la terraferma e costringe il bar a un'insopportabile chiusura per buona parte della settimana. Inutile far nulla, in quei giorni: coltivare le nostre piante importate dall'Italia, andare a pesca, in cerca di noci di cocco o semplicemente camminare per la foresta sarebbe troppo faticoso e improduttivo, le membra si sciolgono come ricotta, la mente galleggia fra le nuvole e tutto quello che tocchi  sa di umido e stanco.

E poi arriva la pioggia.
Immancabile, dopo qualche giorno comincia a cadere una fitta, sottile, fastidiosa e ostinata pioggerella calda... Te ne stai per ore sotto alla tettoia del bar a rigirarti i pollici, fare le flessioni, tirare a bersaglio col coltello contro un asse, ma quella continua a cadere, senza sosta. Martella le foglie degli alberi, le noci di cocco, le chiglie delle barche tirate in secco, i tetti di makuti delle capanne,  impregna la sabbia, il terreno, l'aria. E io odio camminare sotto questa maledetta pioggia, così entro nel bar, che se ne sta vuoto e desolato come una puttana dopo una giornata senza clienti, apro una bottiglia di rhum e me ne verso un goccetto. Anche in questi giorni, il servizio bar è sospeso: niente traghetti, niente serate danzanti, niente donne, papponi, balordi ubriachi, giocatori d'azzardo, baldracche, bastardi, risse, scopate sulla spiaggia... niente vita, insomma!
Dio, da queste parti a volte la vita può essere davvero dura.

Neplan sembra fregarsene, si limita ad accendere il fuoco e l'insegna quando le condizioni atmosferiche sembrano consentire l'apertura, e ad aspettare ostinatamente il barcone che porta i clienti. Per il resto approfitta delle poche giornate senz'afa per andarsene in giro con Angélica: esplorano in canoa le spiagge settentrionali, girano per la foresta, studiano il modo di trasformare la nostra baia.
Angelica dice di avere delle idee. Gli ha proposto di costruire un piccolo “villaggio turistico”, con qualche bungalow, un'area comune, un accesso “riservato” alla spiaggia... creare un ambiente in grado di “tirar su un po' di turisti e dare il giusto risalto a uno degli ultimi paradisi perduti, dal tipico fascino tropicale ancora incontaminato”, per usare una sua espressione. Neplan le dà corda, non si sa bene se per stanchezza, per “amore” o per vedere fino in fondo cosa si agita nella riccioluta testa della sua nuova fiamma.
Per quanto mi riguarda, credo che quella donna sia completamente pazza: a dispetto del suo corpo, ormai abbronzato quasi come quello di un'indigena, si comporta come la classica spocchiosa turista nordamericana, di quelle che si spellano dopo un'ora di sole, e che non riescono ad apprezzare mai un cazzo di quello che vedono se non hanno guida turistica e bottiglietta d'acqua ghiacciata a portata di mano. Eppure, non lo so: non mi convince troppo quella sua aria da imprenditrice della domenica, che sembra essere assolutamente sicura di aver avuto l'idea giusta... finora, d'altro canto, l'ho vista solo percorrere questo posto in lungo e in largo, come una formica impazzita che ha perso la strada per raggiungere la fila delle altre operaie.
Un paio di volte Neplan ed io abbiamo perfino discusso, a causa sua: lui pensava di portarla a vedere anche la laguna nascosta, dove Tiago ha la sua base operativa e alcuni dei suoi uomini hanno portato le loro famiglie, ma io mi sono opposto ferocemente. Quel posto è e deve restare segreto, e non mi fido per niente di una persona che  non conosco ancora abbastanza e, soprattutto, sembra avere molte cose da nascondere. La vita di troppe persone dipende dalle nostre lingue, gli ho detto, e, almeno per il momento, mi è sembrato convincersene.
Dal canto mio, passo il tempo nel modo più ovvio possibile, date le circostanze: oziando come meglio posso. Non riesco a dormire fino a tardi, data la calura, quindi ne approfitto per nuotare, di primo mattino, e poi bere qualche birra sdraiato sotto a una palma. Un pasto leggero a base di frutta mi aiuta a sfangarla nelle ore più calde del giorno, poi mi sdraio da qualche parte e dormo finché non sento che l'aria è più fresca. Di solito a quel punto faccio un giro per la foresta, controllo le trappole che ogni tanto piazziamo per catturare qualche uccello, e mi fermo a raccogliere qualche noce di cocco caduta, così posso farmi una batida dopo cena.
Beh, a dire il vero me ne faccio due o tre, che ottengo svuotando la noce dal latte e versandoci un  bel po' della cachaca di Mama... quella roba è davvero speciale, fa un effetto strano: sale alla testa leggera leggera, e ti fa entrare in una dimensione decisamente diversa da quella della sbornia... mi piace portarmi la noce riempita di cachaca in riva al mare,  sul pontile, e starmene sdraiato bevendo e guardando la luna, quando si fa vedere, o le poche stelle che si intravedono attraverso le nuvole. Bevo e guardo il cielo, guardo il cielo e bevo, e mi perdo nei fumi di questa pozione, fino ad addormentarmi lì dove mi trovo. Sarà l'alba a svegliarmi, il mattino dopo, pieno di sabbia, tutto indolenzito e arrugginito, ma senza alcun postumo: decisamente la qualità che più apprezzo di questo liquore.

Di recente ho preso a far visita al villaggio nascosto nella laguna: gioco un po' coi bambini, faccio due chiacchiere con i vecchi, ammiro la bellezza e la sensualità delle giovani indigene intente a macinare la tapioca... dio santo, non vedo una donna da così tanto tempo che, se non fossi praticamente certo di beccarmi una coltellata nella pancia, penso proprio che ci proverei con tutte loro! Ma le regole del buon vicinato vanno rispettate, quindi mi limito a guardarle  in silenzio, facendo finta di prestare attenzione ai discorsi degli anziani, che per la verità ultimamente si sono fatti piuttosto inquietanti.
Molti di loro sono convinti che la tempesta che ha sferzato l'isola - ormai circa sei mesi fa - non sia in realtà mai finita: non capisco molto bene il senso dei loro vaneggiamenti, ma sembrano dire che è iniziata una sorta di diluvio universale, causato da qualche misterioso intervento umano che avrebbe profanato in qualche modo un simulacro di qualche divinità nascosto sull'isola. Se l'offesa non sarà riparata, dicono, la pioggia continuerà incessante fino a far sprofondare tutta l'isola nell'oceano.
Un giorno ho chiesto a quello che mi sembrava il più lucido come facevano a definire “universale” un diluvio che avrebbe semplicemente provocato la scomparsa di una misera isoletta, e lui mi ha risposto seraficamente che per noi, che su quella misera isoletta ci viviamo, sarà di sicuro la fine, e quindi il diluvio sarà proprio universale, dal nostro punto di vista: ogni fenomeno dipende da dove lo guardi, e in fondo quello che il bruco chiama “fine del mondo”, per gli uomini è una splendida farfalla... si tratterà solo di aspettare, presto o tardi la fine di Ihla Quebrada verrà.
Presto o tardi? Gli chiedo – in fondo, non mi sembra questione da poco – e lui mi risponde che è difficile dirlo, perché gli dèi da queste parti se la sono sempre presa comoda. E alla domanda sul perché non scappino via da qui a gambe levate, mi dice che non ne ha troppa voglia, dal momento che ormai è vecchio, e poi è troppo curioso di vedere come andrà a finire...
Bah... siamo al palo, e ci rimarremo, ecco come andrà a finire.

Bonaccia.
Anche oggi.
- Spegni il fuoco, Oleanto!
- Ma, Neplan, sono ancora le nove e mez...
- è inutile sperare che arrivi qualcuno, non lo vedi che razza di nebbia è calata?
- Non capisco, Neplan.. secondo me dovremmo...
- Fa come ti  ha detto, da bravo! - lo interrompo: mi seccano i discorsi inutili.
Esco sulla terrazza sbuffando rabbia e fumo puzzolente... in fondo  è meglio così: perché sprecare petrolio, in questi tempi di magra?
Se continua così, il bar sarà presto solo una baracca marcescente su un'isola destinata a scomparire, per colpa di uno stronzo che ha sgarrato con un dio.

- Ehi, Neplan, vieni un po' qui!
- Che succede, Oleanto si è bruciato di nuovo il culo versandosi l'olio della lanterna?
- No, è successo che o ci vedo doppio, o ci sono due imbarcazioni che si stanno avvicinando, e nessuna delle due sembra essere il barcone che porta i clienti.
Neplan viene fuori con calma: forse pensa che lo stia prendendo in giro o che abbia le traveggole... resta un po' sotto la porta a guardare le luci che si avvicinano attraverso la foschia e poi sentenzia:
- No infatti: sono le barche della guardia civile. E non mi sembra che siano venuti a farsi un bicchiere.




Una storia di... amici, manutenzione, pirati
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